Oro che cola: la Storia del Moscatello di Taggia - Sofia Pierobon

“Il nettare degli dei, Il vino dei papi, Il vino dei re”

Recita così ogni confezione di Moscatello di Taggia DOC. Non una réclame pubblicitaria un po’ troppo ambiziosa, ma l’orgoglioso ricordo di una storia antica, sepolta e poi ritrovata.

Le parole non mentono: già dal secolo XVI svariate fonti parlano di un vitigno a bacca bianca molto aromatico, esclusivo della Riviera Ligure di Ponente, citandolo come appannaggio esclusivo di papi e re, tanto era pregiato.

La nomea di questo nettare dolce e oro inizia nell’Alto Medioevo, grazie all’affermarsi della Repubblica di Genova come potenza e polo commerciale in tutta l’Europa cristianizzata. Intuendo le potenzialità di guadagno, gli stessi ordini religiosi contribuiscono alacremente al moltiplicarsi dei vigneti, rendendo la Riviera di Ponente luogo di terrazzamenti e riferimento nel panorama vinicolo dell’epoca. I commercianti genovesi fanno il resto: forte di struttura e di gradazione alcolica il prezioso vino viene presto conteso tra le tavole dei nobili più illustri che lo paragonano, per colore e dolcezza, all’ambrosia degli dèi.

Persino il famoso bottigliaio di papa Paolo III Farnese, Sante Lancerio, lo annovera tra i vini di eccellenza in una lettera di metà ‘500 destinata al cardinale Guido Ascanio Sforza, confermandocene la presenza abituale anche nelle lussuose tavole dei luoghi di potere di Roma.

Una fortuna che sembra destinata a durare negli annali, ma che non può che calare (per catastrofe o per fisiologia): dopo aver raggiunto i massimi sfarzi, il declino del Moscatello ligure inizia a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo. In parte perché nella località di Taggia si fiuta un nuovo grosso affare commerciale, quello della coltura dell’ulivo (ancora oggi è rinomata per olio e sapone), in parte perché la produzione enologica genovese non regge il passo con i nuovi tempi e rimane indietro, mentre i vini del resto del mondo si migliorano con grande rapidità.

Il Moscatello ligure è già ben lungi dall’essere il vino dell’élite internazionale quando arriva il colpo di grazia: a fine ‘800 una brutale epidemia di fillossera stronca le viti quasi definitivamente, mettendone a rischio la stessa esistenza.

Un epilogo infelice e una storia dimenticata, o quasi. Agli inizi del nuovo millennio la tenace passione di un piccolo gruppo di viticoltori della zona garantisce il ritrovamento di poche decine di piante sopravvissute allo stato selvaggio, fino ad individuarne una totalmente priva del virus.

La ruota del Moscatello ha ripreso lentamente a girare proprio da quella pianta zero, che ha dato vita ad una nuova coltivazione e poi ad un vigneto, a cui ne sono succeduti sempre di più. Quattro sono ora le tipologie prodotte (frizzante, secco, vendemmia tardiva e passito), anche se la più fedele all’originale resta la dolce.

Nel 2014 il progetto evolve ulteriormente e nasce l’Associazione Produttori Moscatello di Taggia, a custodia e diffusione di un pezzo di storia dell’Italia dei vini che grazie a loro possiamo ancora assaporare. Attualmente ne fanno parte 14 aziende.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *