Il Vino del Risorgimento: Il Barolo - Parte II - Sofia Pierobon

Seconda parte

Il ruolo del Barolo come fulcro di un’epoca speciale di cambiamenti non si esaurisce qui: segue il solco che precede l’Unità d’Italia e giunge fino al suo coronamento, con un ruolo da protagonista. Grazie alla tenacia di marchesa Giulia Falletti e alle sue lunghe amicizie con Camillo Benso e con Vittorio Emanuele II, il suo vino arriva in dono a tutte le tavole dei regnanti d’Europa. La fama si propagò anche grazie al ruolo di Cavour, che ne fece il suo alleato più prezioso durante i pranzi diplomatici in cui forgiava il paese.

Divenne immancabile alla corte dei Savoia dopo un aneddoto di cui si chiacchierò a lungo: si racconta che re Carlo Alberto chiese a Giulia di fargli assaggiare il suo vino, dacché ne aveva sentito parlare così bene. Dopo qualche giorno Torino si vide animata da uno snodo di 325 carrà di Barolo destinati alla residenza sabauda (le carrà erano botti da trasporto su carro di circa 600 litri); uno per ogni giorno dell’anno, escluso il periodo di astinenza della Quaresima.

Un omaggio passato alla storia per la sua estrosità, ma che ben riassume l’intelligente strategia di marketing che ebbero i marchesi di Barolo nel rifornire tutti gli amici influenti d’Europa: il ritorno di immagine si ebbe senza dubbio alla notizia che Carlo Alberto fu così piacevolmente colpito dal nuovo vino prodotto alla francese da acquistare la tenuta in Verduno per produrre la propria riserva personale. Suo figlio e successore Vittorio Emanuele II ne seguì l’esempio qualche anno dopo, divenendo proprietario dei poderi di Fontanafredda, a Serralunga d’Alba. Il boom del Barolo andava di pari passo con l’entusiasmo per una nuova identità nazionale.

Continuò poi ad affascinare l’aristocrazia fino all’alba del XX secolo, fino a che la tensione e le priorità del primo conflitto mondiale ne adombrarono l’importanza. Nel 1930 una forte epidemia di fillossera stroncò gran parte delle coltivazioni del Piemonte, mettendo in ginocchio la produzione. Bisognerà attendere gli anni fiorenti del secondo dopoguerra perché si torni ad avere voglia di brindare e di buon vino. Le vecchie tenute di Cavour in Grinzane vengono riabilitate, così come il castello in Barolo: in previsione della sua dipartita, l’ultima Marchesa di Barolo aveva lasciato tutti i possedimenti all’Opera Pia Barolo da lei istituita per amministrare il patrimonio di famiglia e proseguire le sue opere buone.

Dagli anni Sessanta le etichette recano anche la divisione per cru, retaggio dell’apporto francese e unico caso in Italia (non prevista obbligatoriamente da disciplinare produttivo, ma considerata Menzione Geografica Aggiuntiva).

Ancora oggi in quei terreni si respira la cronaca d’Italia e di uno dei suoi vini più grandi. La storia del Barolo si intreccia con le trame e le persone che hanno creato il Paese, raccontando la Storia con occhi da protagonista.

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