V. ERMENEUTICA DEL PANE

Umano, troppo umano

«… allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente
[Genesi, 7]

In molte antropogonie antiche l’uomo viene creato da un Demiurgo, che lo impasta dal fango della terra. Dalle mani dell’Enki sumero a quelle di Ptah, il grande creatore egizio (il cui nome deriva dalla radice pth che significa proprio “modellare”) fino al mito del Timeo platonico: l’uomo viene al mondo come il pane, tramite un analogo processo di manipolazione. Fin dagli inizi, essere umano e pane sono la stessa cosa.

Perciò fare il pane è un momento sacro, rituale: è ontologia del mondo perché racchiude in sé i quattro elementi. Farina dalla terra, acqua nell’impasto; poi aria per la lievitazione (il “soffio vitale” di origine divina) e fuoco per la cottura. Nel mezzo, un periodo più o meno lungo di gestazione in cui dalla fermentazione nasce la vita che diverrà poi cibo: il concepimento del pane, come per gli uomini, avviene sempre al buio. E vi è una commozione universale e profonda nel profumo del pane appena sfornato.

«Io sono il pane della vita» afferma Gesù in Giovanni 6;35. Non parla per metafore, ma della co-essenzialità di uomo e pagnotta: un cibo che si fa con le mani e si mangia con le mani. Mentre, infatti, la razionalizzazione sociale introduce le posate per distanziare l’individuo dal proprio nutrimento (sentendo la necessità di distinguere l’identità delle due cose), nessuna cultura ha mai utilizzato utensili per mangiare il pane. Avviene sempre in modo naturale e immediato (non-mediato), proprio perché sono della stessa sostanza.

Betlemme in ebraico è בֵּיִת לֶחֶם: Beit Leem, letteralmente “Casa del Pane“: quale luogo migliore per la nascita del Figlio dell’Uomo?. I discepoli di Emmaus riconoscono il Signore nell’atto sacro di spezzare il pane.

Esiodo, nella sua Teogonia, usa l’espressione «andròi alphēsteîs» (“uomini che mangiano pane”) per indicare gli esseri umani. Non è solo una banale caratterizzazione alimentare, ma traccia una netta demarcazione tra mortali e divinità, che non hanno bisogno di nutrirsi con il nostro cibo.

«Essi [gli dèi] non mangiano pane, non bevono vino di fiamma, non hanno sangue perciò, e sono chiamati immortali» [Omero, Iliade, vv. 341-342]. Pane e vino sono alimenti umani, ragione della loro mortalità. Plutarco analizza in un suo trattato i versi omerici, affermando che «[Il pane] non è solo un mezzo che contribuisce alla vita, ma è anche uno strumento di morte. È dal cibo infatti che si sviluppano le malattie che invadono il corpo […]» [Moralia, Septem sapientum convivium, 16].

Si spiega così l’episodio della spartizione del bue da parte di Prometeo [Esiodo,Teogonia], in cui le ossa vanno a Zeus e le succulente carni rimangono agli uomini. Il doppio inganno (che apparentemente ha lo scopo di imbrogliare il padre degli dèi) si rivela essere in realtà la fatale condanna dell’uomo. La parte peggiore dell’animale, infatti, è proprio quella corruttibile, destinata ai mortali che hanno bisogno di alimentarsi continuamente per proseguire la loro esistenza. Agli dèi vengono offerte le ossa, architettura indeperibile del corpo: basta loro annusarne il profumo proveniente dagli altari sacrificali per vivere per sempre. Che agli uomini tocchi la parte commestibile è indice dei bisogni e delle necessità della condition humaine. Nel fare le parti del bue Prometeo pone una riga, dividendo per sempre mortali e immortali.

E il cibo dei mortali è il pane.

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