IV. GLI UNIVERSALI A TAVOLA

Cibo, vino e sintesi hegeliana

 

Quando si parla di abbinamento pietanza/vino, si tocca un argomento complesso e diviso in varie scuole di pensiero: c’è chi ritiene che l’equilibrio si ottenga per scrupolosi contrasti, chi invece pensa che sia una cosa più istintiva e soggettiva. Altri ancora (un esempio è Gualtiero Marchesi) pensano che la perfetta misura non debba esserci tanto nella sintesi, quanto nelle due entità prese singolarmente. Il Maestro era solito togliere il calice dalla tavola nel servire il piatto al cliente, per restituirlo solo a vivanda ultimata.

Ci ho riflettuto a lungo, e sono giunta alla conclusione che mi piace pensare il vino come il ministro della tavola (dal significato latino di minister: “colui che serve, che aiuta”). Non deve risaltare troppo né celarsi ai sensi: il perfetto equilibrio sta nell’unione tra tesi e antitesi, nel contrasto tra due opposti.

Perché due corpi si connettano, è necessario che entrambi si facciano altro da sé: il relazionarsi implica il trasfigurarsi in qualcosa di assolutamente altro. La vita è generata da questo movimento, dal fatto che i due elementi contrastanti non sono due dimensioni separate ma uno (in greco endìadi, “due-in-uno”). A livello metafisico, finito/infinito non sono distinti, perché quando dico uno sto già implicando l’altro. L’opposizione assoluta non è possibile.

Quando, nell’incipit della Scienza della logica, Hegel scrive che «Il puro essere e il puro nulla son dunque lo stesso. […] In pari tempo però il vero non è la loro indifferenza, la loro indistinzione, ma è anzi ch’essi non son lo stesso, ch’essi sono assolutamente diversi, ma insieme anche inseparati e inseparabili, e che immediatamente ciascuno di essi sparisce nel suo opposto. La verità dell’essere e del nulla è pertanto questo movimento consistente nell’immediato sparire dell’uno di essi nell’altro: il divenire; movimento in cui l’essere e il nulla son differenti, ma di una differenza, che si è in pari tempo immediatamente risoluta.» sta dicendo proprio questo, che il divenire è identità assoluta dei due assolutamente opposti. Infatti, se questi si distinguessero tra loro, si starebbero determinando reciprocamente e diventerebbero, quindi, relativamente opposti (tornando alla dimensione metafisica: l’infinito sarebbe circoscritto dal finito se fosse altro da esso, se mancasse del finito).

A tavola (se troveremo la cucina di nostro gusto e il sommelier avrà fatto un buon lavoro di accostamento) potremo avere esperienza di come gli estremamente opposti sono in uno: solido/liquido, caldo/freddo, unto/sapido; tutti questi contrasti si risolvono in una sintesi armoniosa, che altro non è che unità fatta di molteplicità. L’Aufhebung hegeliano sta proprio qui, nella dialettica delle determinazioni singolari.

È una verità, questa, che appartiene anche agli esseri umani: provando a descrivere voi stessi, vi renderete subito conto che nessuna definizione specifica («Io sono questo») sarà mai completa. Noi non siamo quello che siamo, perché non siamo nulla che possiamo dire di determinato.

Attenzione! Ciò non significa l’essere qualcos’altro (“non sono A perché sono B”) ma proprio il fatto che non saremo mai tutto ciò che scopriremo di noi stessi. La crisi novecentesca dell’io ne è in realtà rivelazione, perché l’io non è mai stato qualcosa.

«Io non sono quello che sono» afferma Iago, amico di Otello. Sta dicendo proprio questo, che essere veramente qualcosa è il non-esserlo. L’infinito non è una quantità. Perciò, ogni volta che scopriamo qualcosa di nuovo riguardo noi stessi, non dobbiamo fissarci su ciò che pensiamo di essere: il rischio è di sfociare nell’idolatria (“adorazione di immagini”), ovvero di dimenticarci che una rappresentazione di qualcosa non è quel qualcosa.

«Divieni ciò che sei» dice Nietzsche. Non fissarti nel dolore dell’immobile, libera l’infinito contenuto in te. Sii, come il vino, minister di un superamento.

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