III. IL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI

Teleologia dell’alimentazione onnivora

 

 

Poi Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo.
A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne.

[Genesi I, 29-30]

Il primo momento della storia dell’umanità in cui il cibo è protagonista è la Genesi biblica. Durante il concepimento del mondo, Dio chiede consiglio agli angeli se creare o meno l’uomo; questi rispondono di astenersi, temendo che il nuovo nascituro potrebbe un giorno alterare e deturpare la natura. Egli decide comunque di generarlo, perché il cosmo non sarebbe altrimenti completo: solo attraverso l’umanità, infatti, il Creato può divenire consapevole.

Nel piano iniziale di Dio il cibo dell’uomo (e di tutti gli altri animali) è esclusivamente vegetale. Tale insegnamento, che non ha ovviamente fondamento storico, ci ricorda di come dovrebbe essere il mondo: la Genesi è il mito che ci racconta verso cosa dovremmo tendere. Una dimensione di equilibrio e pace universale a cui aspirare di tornare.

In quel momento Adamo è un archetipo universale, né uomo né donna, perfettamente completo e sufficiente in sé. A poco a poco però (osservando che gli animali sono tutti a coppie) inizia a sperimentare una mancanza. A desiderare il desiderio. La scissione dell’Adamo porta alla creazione della donna e genera uno spazio tra i due nuovi esseri, quello della voglia. Il frutto dell’albero (erroneamente considerato una mela per la fallace traduzione dal greco “mellon”, indicante un generico frutto rotondo, e per l’assonanza alla radice latina di “malum”) sta dunque a simboleggiare l’incapacità di controllare la bramosia: nasce proprio qui il legame tra cibo e desiderio, in cui l’alimentazione è avere gestione di sé.

Spinta da tale desiderio fino alla deriva, l’umanità perde l’autocontrollo al punto da rendere necessario l’intervento divino del diluvio universale. Nella Bibbia la divinità ha sempre il compito pedagogico di insegnare all’uomo una sua etica propria, di educare il bambino a conoscere sé stesso.

Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra.
Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere.
Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe.
Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue
[…] Questo è il segno dell’alleanza che io ho stabilito tra me e ogni carne che è sulla terra».
[Genesi IX, 1-17]

Persa ogni innocenza e spezzato il contatto con la natura, l’uomo cessa di mangiare solo erbe ed inizia a cacciare e cibarsi di animali. L’alleanza con Dio viene suggellata dall’introduzione della prima norma alimentare: ci è dato il divieto di mangiare animali vivi o crudi. Il cibo kosher (“adatto” in ebraico) funge da “bussola etica” e, pertanto, è quello privo di soffio vitale. Gli antichi credevano che la sede dell’anima fosse il sangue, quindi macellavano con cura la bestia nel trasformarla in pietanza.

La norma è assoluta, perché impedisce la cosificazione di quello di cui ci nutriamo e la deriva consumistica degli esseri viventi: ciò che introduciamo nel nostro organismo è una parte di vita che non ci appartiene e deve tornare alla terra. La preparazione, la preghiera, il pasto in silenzio sono tutte formule rituali adibite a distanziarci dal cibo che mangiamo. Smembrare e nutrirsi di un animale vivo (o di carne ancora cruda) è cedere ad una dimensione barbara e perversa che non ci appartiene.

 

E quando, lasciata la moltitudine, fu entrato in casa, i suoi discepoli lo interrogarono intorno alla parabola. Ed egli disse loro: Siete anche voi così privi d’intendimento? Non capite voi che tutto ciò che dal di fuori entra nell’uomo non lo può contaminare, perché gli entra non nel cuore ma nel ventre e se ne va nella latrina? Così dicendo, dichiarava pure puri tutti quanti i cibi.

Diceva inoltre: è quel che esce dall’uomo che contamina l’uomo; poiché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono cattivi pensieri, fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, frode, lascivia, sguardo maligno, calunnia, superbia, stoltezza.
Tutte queste cose malvage escono dal di dentro e contaminano l’uomo.
[Marco 7, 17-23]

Il Vangelo compie uno scarto ulteriore e salvifico: tutti i cibi sono puri e nulla può contaminare l’uomo se non i suoi pensieri e le sue cattive intenzioni. Non esistono alimenti vietati perché il primato va alla coscienza, alla consapevolezza delle proprie azioni. Gesù ci ricorda che siamo liberi perché nulla ci può condannare in modo assoluto. Il cibo ha valore antropologico ed educativo (le stesse categorie etiche di buono/cattivo si originano dal gusto) poiché traccia una teleologia della natura umana, da ricercare nella convivialità del mangiare assieme. Egli ci dona un rito nuovo, quello dell’eucarestia, a ricordarci che due aspetti co-sussistono in noi e ci rendono esseri a metà strada: la necessità del pane e la gratuità del vino.

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