ESTETICA DEL VINO

Sulla dignità della singolarità.

 

Cibo e vino sono forme simboliche, in cui esperienze culturali e sociali si sovrappongono a quella puramente fisica.

Il vino è Dioniso e Dioniso è vino: è paragonabile ad un essere umano perché è ugualmente imprevedibile, instabile, autentico. Rifugge ogni tentativo di omologazione, ed è per questo che due bottiglie della medesima produzione e annata non saranno mai – e sottolineo mai! – uguali tra loro; se durante una degustazione un vostro amico esclamasse: «Questo vino? Ah, sì, lo conosco bene!» evitatene la compagnia al prossimo aperitivo, perché non sarebbe un bevitore sincero.

Scherzose provocazioni a parte, conoscere qualcosa significa appiattirne la specificità in qualcosa di secondario, inessenziale. Nel momento in cui si prova ad identificare o descrivere una singolarità (un oggetto), inevitabilmente si sfocia nell’universalità: la determinazione è sempre universale.

Se mi accingo a parlare del tavolo che ho di fronte, ecco che partirò dal delineare il numero di gambe, e il materiale di cui è fatto, e l’altezza, e poi la larghezza, e il colore; ed ecco che, senza accorgermene, il mio tavolo sarà divenuto un tavolo qualunque, uguale a centinaia d’altri.

Fortunatamente, delle persone e dei vini nessuno avrà mai dimestichezza completa. Non hanno una natura propria, stanno nel mezzo in quanto μεταξύ [metaxù], intermediari tra due mondi; qui sta la loro gloria e la loro potenza, perché un singolo esemplare non è uguale a nessun altro, nemmeno cercandolo per miliardi di anni tra infiniti mondi.

Con fierezza il vino resiste alla tensione verso il livellamento che muove il mercato di oggi: clienti e compratori che vorrebbero proprio quella bottiglia, quel gusto, la copia esatta di quella esperienza vissuta. La mutevolezza e la non-predicibilità generano angoscia esistenziale, mentre l’uguale rassicura. E allora si producono vini con corredi di lieviti già selezionati e accuratamente controllati affinché tutto rimanga com’è nella confortante necessità di continuità anno dopo anno, indipendentemente dalla stagione, dall’annata, dalle temperature, dal luogo di beva (persone che vogliono bere, a Pechino o New York, lo stesso vino che assaggiarono nei soleggiati colli fiorentini di una tiepida serata di fine estate!), insensibili all’estro personale del vino stappato. Ciò che il pubblico ricerca è la stabilità, la cristallizzazione, l’uguaglianza a sé: in altre parole, la morte.

Ma il vino è vita, è movimento. Si modifica, respira, è sempre nuovo: ogni bottiglia è unica, mai uguale a sé stessa né a nessun’altra. I vini sono come le persone, ciascuno con il proprio carattere, i propri difetti e la propria intrinseca bontà. Appiattire tutto ciò, addomesticandoli in nome della prevedibilità, è un grande malinteso e un delitto contro la dignità delle cose naturali.
È necessario fare un passo indietro e smettere di volerlo conoscere: il vino vuole essere capito.

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